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DIFESA DEI MINORENNI E “AGONISMO PROCESSUALE”.

DIFESA DEI MINORENNI E “AGONISMO PROCESSUALE”.
La difesa nei procedimenti penali dinanzi al Tribunale dei Minorenni presenta spesso per gli avvocati molte difficoltà nella scelta delle più corrette strategie difensive e nello stesso atteggiamento processuale da tenere in udienza.
 Dinanzi al Tribunale dei Minori, infatti, il profilo di maggiore interesse per tutte le parti coinvolte è quello di rieducazione e di reinserimento del minore nel contesto sociale.
L’avvocato si trova, quindi, a dover cambiare totalmente il proprio modo abituale di “fare” i processi, spesso dovendo accettare soluzioni processualmente pregiudizievoli in favore di una scelta in qualche modo “suggerita” dagli assistenti sociali.
Il Professor Franco Cordero nel suo celebre manuale di procedura penale (lettura consigliata a tutti coloro che vogliano intraprendere la carriera in campo penale) ha attribuito agli avvocati penalisti la qualifica di “agonisti”. Ed infatti il processo penale è spesso un esercizio che richiede grande determinazione nelle scelte processuali e nella conduzione dell’udienza. In tale ottica, garantire il rispetto di tutte le formalità processuali previste dal processo accusatorio è per l’avvocato penalista un obiettivo fondamentale da perseguire con fermezza.
 Tali garanzie si realizzano, in particolar modo, nel rispetto dei principi del contraddittorio e della formazione della prova in dibattimento. Ed è all’osservanza di tali principi che deve tendere, di norma, l’attività difensiva.
 Dinanzi al Tribunale dei Minori tutto questo non è sempre possibile.
Il contraddittorio è nella maggioranza dei casi molto limitato, sia in virtù delle ragioni di speditezza del procedimento che delle peculiarità del rito. L’opportunità per il minore di ottenere benefici di natura processuale si pone, poi, come obiettivo primario da perseguire.
 L’avvocato deve allora essere pronto a sacrificare lo spirito difensivo in favore di scelte orientate alla migliore soluzione, in concreto e non in astratto, per il proprio assistito.
 L’ammissione delle proprie responsabilità da parte del minore, infatti, è considerata un presupposto imprescindibile di quasi tutte le “concessioni” da parte del giudicante.
È chiaro quindi che in un procedimento nel quale la confessione del proprio assistito è di fatto “apprezzata” se non proprio esplicitamente richiesta, alcune battaglie processuali possono rivelarsi inutili, se non addirittura controproducenti.
 Il valore attribuito alla confessione, ad esempio, è particolarmente evidente in relazione ai parametri di concessione del perdono giudiziale. In quanto beneficio che comporta l’estinzione del reato, il perdono giudiziale è istituto di rilevanza fondamentale.
Proprio per tale motivo sono opportuni alcuni approfondimenti, utili nella pratica giudiziaria per la valutazione della migliore soluzione per il proprio assistito.

Tutte le sfumature del perdono giudiziale.

 Ai sensi dell’art. 169 del codice penale, nel procedimento al minore degli anni diciotto, al quale dovrebbe essere applicata una pena restrittiva della libertà personale non superiore nel massimo a due anni, il giudice può astenersi dal pronunciare il rinvio al giudizio, quando “avuto riguardo alle circostanze indicate nell’articolo 133, presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati”.  Tra questi parametri, ovviamente, la confessione ha un rilievo notevole.
Anche di recente, la Corte di Cassazione ha ribadito la valenza della confessione quale parametro di valutazione per la concessione del beneficio (Cass. Pen. Sez. II, 18.1.2013 n. 2725 ).
Con questa pronuncia, la Suprema Corte ha annullato la decisione dei un giudice per le indagini preliminari che aveva concesso il beneficio, seppur l’ammissione di responsabilità da parte del minore era stata solo parziale e solo sul presupposto dell’assenza di precedenti giudiziari. La cassazione ha invece precisato che “l’assenza di precedenti penali è solo uno dei ben più numerosi parametri, oggettivi e soggettivi, indicati nell’art. 133 c.p. ai fini della formulazione del giudizio prognostico (ex art. 169 c.p., comma 1)”.
La Corte ha ribadito che nel giudizio minorile, “avente a oggetto personalità in formazione” devono entrare in valutazione non solo il dato dell’incensuratezza (che è riferito al passato), “ma ulteriori e più rilevanti elementi rivelatori della personalità del minore e integratori, eventualmente, di una positiva prognosi, quali (quantomeno) le circostanze e le modalità dell’azione, l’intensità del dolo, la condotta di vita anche susseguente al reato, le condizioni familiari e sociali”.
L’art. 169 prevede inoltre che “Qualora si proceda al giudizio, il giudice, può, nella sentenza, per gli stessi motivi, astenersi dal pronunciare condanna” e che “Il perdono giudiziale non può essere conceduto più di una volta”.
Il beneficio, quindi, può essere concesso anche all’esito del giudizio, sulla base dei medesimi presupposti che ne consentivano l’applicazione nella fase delle indagini preliminari.
Da notare, infine, che il beneficio può essere concesso una sola volta, in ragione della impossibilità di mantenere una prognosi favorevole nel caso di reiterazione di una condotta delittuosa.
Per quanto attiene le modalità con le quali il perdono giudiziale può essere concesso, si deve evidenziare che la Corte di Cassazione ha sempre affermato la necessità che l’imputato che l’imputato al quale concedere il beneficio deve avere validamente espresso il proprio consenso.
Con la sentenza n. 19553 (Cass. Pen. Sez. V, 7.5.2013 n. 19553)  la Suprema Corte ha ribadito che il D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 32, comma 1, recante la disciplina del processo penale a carico di imputati minori di età, nel testo modificato dalla L. 1 marzo 2001, n. 63, art. 22, art. 22, stabilisce “che il giudice debba procedere alla verifica circa il consenso dell’imputato alla definizione del processo in un momento anticipato rispetto al dibattimento, per cui soltanto se sia stato acquisito il consenso dal minore presente, o rappresentato da procuratore speciale, oppure se la sua adesione sia stata in precedenza manifestata, potrà essere emessa sentenza di non luogo a procedere nei casi di cui all’art. 425 cod. proc. pen., ovvero per concessione del perdono giudiziale o per irrilevanza del fatto.”
In primo luogo, si deve evidenziare che pur essendo basati su un medesimo presupposto, la presunzione che  - avuto riguardo alle circostanze indicate nell’art. 133 c. p.- il beneficiario si asterrà dal commettere ulteriori reati, i due istituti hanno effetti diversi.
Entrambi, infatti, comportano l’estinzione del reato ma mentre nel caso del perdono giudiziale tale effetto si verifica al momento del passaggio in giudicato della sentenza che lo applica, nel caso della sospensione è differito ed anche eventuale e revocabile, in quanto sottoposto ad una condizione risolutiva (cfr. Cass. Pen. Sez. I, 29/01/1980, n. 5278).
Di conseguenza in caso di applicabilità di entrambi gli istituti, il perdono è da considerarsi causa estintiva più favorevole in quanto il suo effetto è immediato, non revocabile e non condizionato.
L’estinzione del reato, infatti, nel perdono giudiziale consegue alla irrevocabilità della sentenza; nella sospensione condizionale, invece, è differita nel tempo ed è subordinata al verificarsi delle condizioni stabilite dalla legge
Nella pronuncia citata, la Cassazione ha sottolineato che “con questa differenza di latitudine tra i due istituti, il legislatore ha inteso affidare al giudice di merito uno strumento capace di rafforzare nel minore le controspinte psicologiche al delitto, subordinando al decorso del tempo il verificarsi della causa estintiva, piuttosto che dare ad essa immediata applicazione”.
 La scelta in ogni caso spetta al giudice,che deve valutare concretamente la possibilità di un sicuro ravvedimento.
 Nella scelta tra i due istituti, il giudice di merito è tenuto a valutare la personalità del minore,  potendo decidere di applicare anche quello meno vantaggioso per l’imputato (sospensione condizionale), avuto riguardo “all’opportunità di rafforzare il presumibile proposito di ravvedimento del colpevole attraverso la concreta individuazione della pena e della misura estrinseca costituita dalla possibilità di revoca del beneficio” (Cass. pen., 17/06/1986). Sia la consapevolezza di una pena già determinata, sia il pericolo di revoca, invero, sono connessi “all’effetto deterrente derivante dalla minaccia di dover scontare la pena sospesa in caso di nuova condanna” (Cass. pen., 27/10/1988).
La prognosi del giudice, secondo la Cassazione, deve sempre tenere conto, trattandosi di minori “della personalità in formazione, valorizzando ogni sintomo di evoluzione in positivo ed utilizzando con cautela le fonti di accertamento aspecifiche e non perfettamente aggiornate” (Cass. pen. Sez. V, 08/02/1996, n. 3310).
La sospensione, in definitiva, si concede quando la prognosi di una futura buona condotta è meno piena rispetto a quella alla base della concessione del perdono giudiziale.
 Nel concorso tra perdono giudiziale e altre cause estintive, prevale quella intervenuta per prima se più cause si sono verificate in tempi diversi.
Ai sensi dell’art. 183 comma 3, si applica la più favorevole se le cause estintive si sono verificate contemporaneamente.
 Un’ultima differenziazione da esaminare è quella tra sospensione per messa alla prova e perdono giudiziale.
 In questo caso è la possibilità di effettuare o meno immediatamente una prognosi sul ravvedimento del minore a differenziare i presupposti dei due istituti.
 Il giudice potrà concedere il beneficio del perdono quando la personalità sia già delineata, così da consentire fin da subito una valutazione prognostica favorevole.
 La messa alla prova, invece, in quanto istituto che consente di verificare nel tempo sia lo sviluppo della personalità del minore sia  l’effettività del suo ravvedimento, sarà strumento utile per il giudice che voglia attendere l’esito del percorso individuato dai servizi sociali per compiere la valutazione prognostica.

 

A cura dell’Avvocato Piergiorgio De Luca