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GLI ANIMALI E LA LEGGE PENALE: meri oggetti o esseri viventi?

GLI ANIMALI E LA LEGGE PENALE: meri oggetti o esseri viventi?

GLI ANIMALI E LA LEGGE PENALE: MERI OGGETTI O ESSERI VIVENTI?

a cura dell’Avv. Marco Di Nicolò

Forse non tutti sanno che l’art. 19 ter delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale sancisce che le norme penali riguardanti i delitti contro il sentimento degli animali non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di pesca, di allevamento, di trasporto, di macellazione degli animali, di sperimentazione scientifica sugli stessi, di attività circense, di giardini zoologici, nonché dalle altre leggi speciali in materia di animali.
In altre parole, ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare che qualora si uccida, si maltratti, si utilizzi in vari modi gli animali, ma lo si faccia nei casi previsti dalle leggi speciali suddette oppure nell’ambito della attività circense, il fatto non debba essere previsto dalla legge come reato.
Si potrebbe pensare che, quindi, l’art. 19 ter, quale deroga alle norme previste dal Titolo IX bis del Codice Penale, poste a protezione degli animali, sia un retaggio di altri tempi, sia una norma legata e codificata nell’ambito di un precedente periodo storico-sociale connotato da una meno sensibile attenzione nei confronti degli animali.
Al contrario, tale norma è stata introdotta nell’ordinamento dall’art. 3, della Legge n. 189 del 20.07.2004, la stessa legge che paradossalmente ha introdotto il Titolo IX bis del Codice Penale.
Per fare un esempio concreto, si rifletta sull’utilizzo degli animali negli spettacoli circensi. Ebbene, è forse possibile affermare che l’aver cagionato lesioni psicofisiche ad un animale oppure averlo sottoposto a sevizie, a lavori insopportabili, a fatiche o a comportamenti insostenibili possa essere giustificato dalle finalità ludiche e di intrattenimento proprie dell’attività circense?
Il Tribunale di Pistoia, sezione distaccata di Monsummano Terme, sembrerebbe avere risposto affermativamente alla domanda. Infatti il gestore e titolare di un’attività circense è stato assolto dall’accusa di aver cagionato lesioni agli animali detenuti, senza necessità e con condotte omissive derivanti da incuria e inosservanza dei principi riconducibili alle caratteristiche etologiche delle singole specie animali; in particolare, di aver provocato agli animali uno stato di grave sofferenza e decadimento dello stato di salute e, in alcuni volatili, vere e proprie lesioni dell’integrità psicofisica.
Secondo il Tribunale, l’art. 19 ter disp. coord. c.p. costituisce una indefettibile immunità rispetto ai reati contro il sentimento degli animali; pertanto, il gestore e proprietario del circo è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.
Diversamente ( ma logicamente) la Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dal PM, ha evidenziato che l’eccezione prevista dall’art. 19 ter disp. coord. c.p. deve ritenersi operante solo nel caso in cui le attività in essa menzionate vengano svolte entro l’ambito di operatività delle disposizioni che le disciplinano e che ogni comportamento che esuli da tale ambito è suscettibile di essere penalmente valutato.
La ratio che ha animato la codificazione di tale esimente, a parere della Suprema Corte, è quella di escludere l’applicabilità delle norme penali poste a tutela degli animali con riferimento ad attività obiettivamente lesive della loro vita o salute a condizione che siano svolte nel rispetto delle normative speciali che le disciplinano perché considerate socialmente adeguate al consesso umano.
In particolare, per quel che riguarda l’attività circense, disciplinata dalla Legge 18.3.1968 n. 337, il legislatore ha riconosciuto a tale attività una funzione sociale.
Tuttavia, la materia è costellata da una serie di norme che in modo frammentario disciplinano alcuni aspetti dell’attività circense, non riuscendo però a fornire una esaustiva regolamentazione della stessa.
Infatti, a causa della frammentarietà del quadro normativo in questione, l’ambito di operatività dell’art. 19 ter disp. coord. c.p. risulta essere particolarmente contenuto per quanto riguarda l’attività circense, lasciando ampio spazio all’applicazione delle disposizioni penali di cui agli artt. 544 – bis e ss. C.p.
A conferma di quanto sostenuto, la Suprema Corte di Cassazione ha recentemente enunciato il seguente principio di diritto:

“l’art. 19 ter disp. coord. c.p. non esclude in ogni caso l’applicabilità delle disposizioni del Titolo IX – bis del Libro Secondo del codice penale all’attività circense e alle altre attività menzionate, ma esclusivamente a quelle svolte nel rispetto delle normative speciali che espressamente le disciplinano.” (Cass. Pen., Sez. III, 26.3.2012 n. 11606)

Al di là del contenuto delle leggi speciali, sarebbe forse opportuno riflettere sul presunto valore sociale dell’attività circense, che obiettivamente sembra avere la sola valenza di intrattenimento per il pubblico, e sull’effettiva tutela del diritto degli animali in ambito penale.
Senza trarre alcuna conclusione rispetto ad un problema irto di ostacoli di natura etica e morale, in questa sede ci si limita a riflettere sulla questione partendo da un punto di vista etico-filosofico.
Ebbene, vi sono due impostazioni principali del problema della tutela morale e giuridica degli animali. L’una, di stampo utilitaristico, è basata sulla considerazione che esiste il dovere di non infliggere sofferenze, non solo all’uomo ma a qualsiasi altra creatura sensibile. L’altra è incentrata invece sull’affermazione dell’esistenza di veri e propri diritti naturali di tutti gli esseri viventi.
Indipendentemente dalla teoria di preferenza, il grande ostacolo da superare per permettere agli animali di entrare a pieno titolo nel regno dell’etica è rappresentato tradizionalmente dalla concezione cartesiana dell’animale-macchina. Il fatto che gli animali non sappiano servirsi del linguaggio non è sufficiente per relegarli allo status di semplici meccanismi, e quindi di reazioni puramente meccaniche, come scriveva Cartesio. Gli animali sono in grado di sperimentare il piacere e la sofferenza: sono inoltre dotati di memoria, e quindi della capacità di ricordare le esperienze passate.
Secondo Kant, e prima di lui già secondo Tommaso d’Aquino, la sofferenza animale assume sì un certo rilievo, ma soltanto in maniera indiretta: il dovere di non far soffrire gli animali esiste, ma dipende dal dovere primario e diretto che ciascuno di noi ha verso gli altri uomini di non offendere la loro sensibilità con spettacoli crudeli, i quali oltre tutto possono indurire gli animi e spingere le persone a diventare crudeli anche nei confronti dei loro simili.
Come dire: l’uomo prima di tutto.
Con la consapevolezza e la modestia di non offrire soluzioni, è forse opportuno comunque riflettere sulla plausibile antinomia che è rappresentata dall’art. 19 ter rispetto alle norme contenuto nel codice penale.

Spunto di riflessione è l’ormai famosa frase di Jeremy Bentham, il grande utilitarista classico:
“L’importante non è chiedersi se sanno essi [gli animali] ragionare? E neppure se sanno essi parlare? Bensì se sanno essi soffrire?“.