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PROCESSO SPORTIVO E PROCESSO ORDINARIO

PROCESSO SPORTIVO E PROCESSO ORDINARIO

Una giustizia a due velocità.

 

La recente conclusione dei primi procedimenti sportivi relativi al calcioscommesse ripropone una problematica giudiziaria già emersa all’epoca dei procedimenti relativi alla c.d. “Calciopoli”.
Ora, come allora, le esigenze di celerità del procedimento sportivo, legate principalmente alla necessità di arrivare alle conclusioni ed alle sentenze prima dell’inizio dei rispettivi campionati di categoria, si scontrano con l’opportunità  di svolgere indagini approfondite sulla sussistenza degli illeciti e spesso anche con le garanzie difensive dei soggetti sottoposti alle indagini.
Nel caso specifico dei recenti procedimenti sportivi sul calcioscommesse, infatti,  i riscontri investigativi acquisiti dalla Procura Federale si sono basati, quasi totalmente, sulle indagini svolte dalle procure della Repubblica presso i Tribunali ordinari titolari delle varie inchieste in corso, con particolare riferimento alla Procura di Cremona. Al di là delle dichiarazioni rese dinanzi alla Procura Federale, di fatto, i soggetti inquisiti non hanno, quindi, potuto effettuare una concreta attività difensiva.
È bene ricordare, tuttavia, che nel processo ordinario (esclusi i casi di ricorso ai riti alternativi) le ipotesi investigative devono trovare un riscontro nel dibattimento, sede nella quale la prova concretamente si forma a carico degli imputati. E sede nella quale gli imputati possono esperire la loro effettiva difesa, presentando prove a discarico, quali ad esempio testimonianze o documenti.
Proprio per la struttura del processo penale, articolato in varie fasi istruttorie, e per l’esigenza di garantire pienamente il diritto di difesa degli imputati, la durata del dibattimento può essere molto lunga e le relative sentenze (di assoluzione o di condanna) possono essere pronunciate anche a distanza di anni dai fatti contestati.
Si potrà concretamente verificare, dunque, una discrasia tra le risultanze dei processi sportivi che si sono già conclusi o si concluderanno a breve e quelle dei processi dinanzi alla giustizia ordinaria che avranno termine, presumibilmente, molto più tardi. Anche perché potrà essere diverso il contesto probatorio sul quale i diversi organi giudiziari dovranno pronunciarsi.
Emblematico in tal senso il caso della scoperta, solo nel corso del dibattimento, dell’esistenza di numerosissime intercettazioni, mai trascritte, nel procedimento celebrato dinanzi al Tribunale di Napoli nei confronti di Luciano Moggi e di altri imputati. Intercettazioni che al momento della celebrazione dei procedimenti sportivi nei confronti degli stessi soggetti non costituirono materiale probatorio per le decisioni degli organi federali.
Le stesse conclusioni del Tribunale di Napoli, contenute nella sentenza di primo grado emessa di recente, che avrebbero potuto essere un prezioso strumento per verificare l’effettiva sussistenza (o insussistenza) degli illeciti sportivi o la eventuale gravità degli stessi, non potranno più spiegare alcun effetto nei processi sportivi già conclusi.
Nei recenti procedimenti per illeciti sportivi, poi, hanno assunto notevole rilievo i “collaboratori” ovvero  coloro i quali, sottoposti a procedimento disciplinare, ammettano le proprie responsabilità e forniscano una “collaborazione fattiva”. Ai sensi dell’art. 24 del Codice di Giustizia Sportiva nei confronti di tali soggetti “gli organi giudicanti possono ridurre, su proposta della Procura federale, le sanzioni previste dalla normativa federale ovvero commutarle in prescrizioni alternative o determinarle in via equitativa”.
Nei processi sportivi già conclusi, in effetti, alcuni di tali “collaboratori” hanno concordato ed ottenuto pene molto contenute, soprattutto se paragonate ad altre inflitte ai soggetti che hanno scelto di difendersi nel processo dalle accuse loro contestate.
È evidente dunque il vantaggio che tali soggetti possono ottenere fornendo ulteriori spunti o temi di indagine alla procura preso il Tribunale ordinario ed a quella federale.
Ma è altresì evidente che la loro attendibilità andrebbe vagliata molto attentamente, sia in ragione del vantaggio connesso alle loro dichiarazioni accusatorie, sia perché di fatto si tratta spesso di affermazioni che possono essere contrastate solo dalla parola altrui (cioè dell’accusato) e non con altri mezzi.
Se si fornisce un’attendibilità “ a prescindere” a tali dichiarazioni si corre il rischio di creare una prova a carico di un soggetto che non potrà essere confutata dall’accusato.
Nel confronto delle dichiarazioni, infatti, quella dell’accusatore peserebbe sempre di più di quella dell’accusato.
Conseguenza questa molto pericolosa per la genuinità e la correttezza delle risultanze del processo sportivo.
Questa ulteriore “ondata” di condotte di illecito sportivo potrebbe essere allora l’occasione per migliorare il raccordo tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria, per ampliare le garanzie della difesa nel processo sportivo, per coordinarne anche gli esiti in modo più lineare e corretto sotto il profilo giudiziario. Un primo passo potrebbe essere proprio quello di delineare meglio la figura dei c.d. collaboratori, magari legando l’eventuale sconto di pena non al mero rilascio di affermazioni accusatorie ma ad un riscontro effettivo, attraverso altre e diverse fonti di prova, delle accuse mosse ad altri tesserati.
Un primo passo cui dovrebbero seguirne molti altri nella stessa direzione, per garantire al meglio le esigenze della giustizia sportiva.

 

Avv. Piergiorgio De Luca