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Risponde del reato di sostituzione di persona chi crea un falso profilo Badoo.

Risponde del reato di sostituzione di persona chi crea un falso profilo Badoo.
La Quinta Sezione della Suprema Corte torna ad occuparsi della creazione di falsi profili sui social network. Nel caso di specie, l’imputato aveva creato un profilo sul social network Badoo, apponendovi la foto della persona offesa ed indicando nelle informazioni personali descrizioni poco lusinghiere quali, ad esempio, “Mangio solo cibo spazzatura e bevo birra… quando mi ubriaco vado su di giri”. In tal modo usufruiva dei servizi del sito, comunicando con gli altri iscritti che venivano ingannati sulla sua identità.
All’imputato, condannato sia in primo che in secondo grado, era stato contestato l’art. 494 cod. pen. che punisce “chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici.”
Nel ricorso presentato, l’imputato aveva sostenuto l’insussistenza nel caso in esame del dolo specifico richiesto dalla norma (caratterizzato dal fine di recare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno), non ravvisabile nella mera pubblicazione di un profilo su Internet, non del tutto riferibile alla persona offesa, della quale viene solo utilizzata una fotografia e non anche il nome.
La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, ha precisato che nella fattispecie in esame, “oggetto della tutela penale è l’interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali”.
Richiamando alcune precedenti pronunce, relative alla creazione di un “account” di posta elettronica e di un falso profilo in una chat – line,  la Corte ha, poi,  rammentato che “L’attribuzione di un falso nome o di una falsa immagine sarebbe in ogni caso diretta a favorire se stessi, come strumento per celare la propria identità e per realizzare una sostituzione di persona penalmente rilevante”( Cass. Pen., Sez. V, Sent. n. 46674 dell’8 novembre 2007, dep. 14 dicembre 2007, Rv. 238504) nonché a trarre in inganno gli utilizzatori del servizio sulla disponibilità della persona associata allo pseudonimo a ricevere comunicazioni a sfondo sessuale (Sez. 5, n. 18826 del 28/11/2012 – dep. 29/04/2013, Celotti, Rv. 255086).
Di conseguenza ha affermato che “la descrizione di un profilo poco lusinghiero, come sopra ricordato, consente di riconoscere, oltre all’intento di conseguire un vantaggio non patrimoniale, quello di recare un danno all’altrui reputazione, intesa come l’immagine di sé presso gli altri.”.
In sostanza, La Suprema Corte ha rilevato che la creazione di un profilo che contenga foto o dati non corrispondenti a quelli dell’utente è idonea a trarre in inganno gli altri iscritti al social network. Sotto altro profilo, ha ritenuto che la volontà di arrecare un danno da parte del cretaore del falso profilo si possa facilmente desumere dalla descrizione in termini negativi inserita nel profilo stesso.

 

Cass. Pen. Sez. V, 16.6.2014 n. 25774